Quindici ragazzi sono stati uccisi nei dintorni di Sadr City, la roccaforte sciita nella zona nord di Baghdad, perché vestiti alla moda occidentale.
Non solo conflitti etnici e religiosi. Nella difficile transizione democratica dell’Iraq post Saddam anche la musica e la moda rischiano di alimentare la violenza dei gruppi religiosi più estremisti, allargando sempre di più i confini della zona rossa. E una parte sempre maggiore della popolazione comincia a cercare rifugio in Kurdistan, più tollerante con le minoranze religiose e con maggiore libertà di espressione.
Un trend che potrebbe minare il precario equilibrio del federalismo iracheno.
Quindici ragazzi sono stati uccisi in Iraq nei dintorni di Sadr City, la roccaforte sciita nella zona nord di Baghdad, perché identificati come “Emo”, ossia giovani che manifestano nel loro modo di vestire e nelle loro abitudini, la predilezione per la musica punk rock.
L’evoluzione del genere musicale parte negli anni ’80 e dopo essere quasi scomparso per un decennio, è diventato una vera e propria moda a partire dal 2000. Gli Emo oltre ad ascoltare musica alternativa, vestono con jeans e magliette attillati, portano una lunga frangia di capelli asimetrica che nasconde parzialmente gli occhi truccati di nero, indossano scarpe da skaters o comunque rigorosamente nere.
Anche molti giovani iracheni sono stati contagiati dalla nuova moda, e non è difficile immaginare il perché, quando la musica (e spesso l’espressione artistica in generale) è l’unico modo di evasione e di scoperta del mondo esterno come racconta ad esempio il bel film documentario del 2009, I Gatti Persiani, girato a Teheran. Purtroppo manifestazioni di originalità culturale come queste hanno attirato le ire punitive della “Brigata della rabbia” che ha rivendicato gli episodi di violenza contro gli Emo nelle strade della capitale irachena.
Prima sono apparsi volantini e scritte con i nomi dei cosiddetti Emo, poi sono iniziati gli agguati con pietre e bastoni. Ma ci sarebbe anche un altro motivo per queste violenze: in Iraq, contrariamente a quanto avviene in occidente, il termine Emo è associato all’omosessualità, che rappresenta ancora un tabù nelle società più conservatrici.
Lo stesso ministro dell’Interno iracheno, in un discorso ufficiale, pronunciato lo scorso 8 marzo, ha negato che gli omicidi siano frutto di intolleranza religiosa e discriminazione sessuale diretta contro gli Emo, ma che fossero in realtà da attribuirisi a generici episodi di criminalità per motivi politici, di vendetta o di conflitti sociali.
Purtroppo la capitale irachena non è nuova ad episodi di intolleranza nei confronti della modernità. Molti giovani artisti e molti giornalisti hanno deciso di emigrare nelle moderne città in espansione della regione del Kurdistan. E’ successo così anche ad un gruppo di artisti che avevano deciso di abbellire con murales i muri di sicurezza che gli americani avevano iniziato a costruire lungo le strade della città. Come sono apparsi i primi murales sono cominciate le sassaiole e i pedinamenti a danno dei loro autori. E così a Erbil, la capitale del Kurdistan, non è difficile sentire storie di molti giovani iracheni che hanno lasciato Baghdad per essere liberi di esprimersi e non dover temere per la propria incolumità fisica.
Il successo del Kurdistan, però, non fa che alimentare la storica rivalità con la regione curda, rendendo sempre più evidente che Baghdad e molte zone dell’Iraq faticano a trovare una via verso la democrazia e il benessere che erano stati promessi loro con la fine della dittatura di Saddam Hussein.
da Globalist, del 13 marzo 2012






