26 marzo 2012

caccia agli Emo in Iraq

Quindici ragazzi sono stati uccisi nei dintorni di Sadr City, la roccaforte sciita nella zona nord di Baghdad, perché vestiti alla moda occidentale.

Non solo conflitti etnici e religiosi. Nella difficile transizione democratica dell’Iraq post Saddam anche la musica e la moda rischiano di alimentare la violenza dei gruppi religiosi più estremisti, allargando sempre di più i confini della zona rossa. E una parte sempre maggiore della popolazione comincia a cercare rifugio in Kurdistan, più tollerante con le minoranze religiose e con maggiore libertà di espressione.

Un trend che potrebbe minare il precario equilibrio del federalismo iracheno.

Quindici ragazzi sono stati uccisi in Iraq nei dintorni di Sadr City, la roccaforte sciita nella zona nord di Baghdad, perché identificati come “Emo”, ossia giovani che manifestano nel loro modo di vestire e nelle loro abitudini, la predilezione per la musica punk rock.

L’evoluzione del genere musicale parte negli anni ’80 e dopo essere quasi scomparso per un decennio, è diventato una vera e propria moda a partire dal 2000. Gli Emo oltre ad ascoltare musica alternativa, vestono con jeans e magliette attillati, portano una lunga frangia di capelli asimetrica che nasconde parzialmente gli occhi truccati di nero, indossano scarpe da skaters o comunque rigorosamente nere.

Anche molti giovani iracheni sono stati contagiati dalla nuova moda, e non è difficile immaginare il perché, quando la musica (e spesso l’espressione artistica in generale) è l’unico modo di evasione e di scoperta del mondo esterno come racconta ad esempio il bel film documentario del 2009, I Gatti Persiani, girato a Teheran. Purtroppo manifestazioni di originalità culturale come queste hanno attirato le ire punitive della “Brigata della rabbia” che ha rivendicato gli episodi di violenza contro gli Emo nelle strade della capitale irachena.

Prima sono apparsi volantini e scritte con i nomi dei cosiddetti Emo, poi sono iniziati gli agguati con pietre e bastoni. Ma ci sarebbe anche un altro motivo per queste violenze: in Iraq, contrariamente a quanto avviene in occidente, il termine Emo è associato all’omosessualità, che rappresenta ancora un tabù nelle società più conservatrici.

Lo stesso ministro dell’Interno iracheno, in un discorso ufficiale, pronunciato lo scorso 8 marzo, ha negato che gli omicidi siano frutto di intolleranza religiosa e discriminazione sessuale diretta contro gli Emo, ma che fossero in realtà da attribuirisi a generici episodi di criminalità per motivi politici, di vendetta o di conflitti sociali.

Purtroppo la capitale irachena non è nuova ad episodi di intolleranza nei confronti della modernità. Molti giovani artisti e molti giornalisti hanno deciso di emigrare nelle moderne città in espansione della regione del Kurdistan. E’ successo così anche ad un gruppo di artisti che avevano deciso di abbellire con murales i muri di sicurezza che gli americani avevano iniziato a costruire lungo le strade della città. Come sono apparsi i primi murales sono cominciate le sassaiole e i pedinamenti a danno dei loro autori. E così a Erbil, la capitale del Kurdistan, non è difficile sentire storie di molti giovani iracheni che hanno lasciato Baghdad per essere liberi di esprimersi e non dover temere per la propria incolumità fisica.

Il successo del Kurdistan, però, non fa che alimentare la storica rivalità con la regione curda, rendendo sempre più evidente che Baghdad e molte zone dell’Iraq faticano a trovare una via verso la democrazia e il benessere che erano stati promessi loro con la fine della dittatura di Saddam Hussein.

da Globalist, del 13 marzo 2012

24 marzo 2012

Israele Iran e la lezione dell’ ’81 contro l’Iraq

Nel 1981 l’attaco preventivo di Israele al reattore nucleare iracheno Osirak nell’impianto di Tuwaith ebbe come risultato il rilancio del programma nucleare di Saddam Hussein, solo dieci anni dopo con la prima Guerra del Golfo si scoprì quanto l’Iraq fosse davvero vicino a costruire la bomba.

Quella che all’inizio sembrava una vittoria avrebbe potuto portare invece ad un’escalation nucleare nella regione.

Due studi condotti dallo studioso norvegese Målfrid Braut-Hegghammer e da Dan Reiter della Emory University dimostrerebbero che verso la metà degli anni ’70 Saddam stava pensando ad un programma nucleare ma che all’epoca del bombardamento israeliano di Osirak i suoi progetti non avevano ancora una direzione chiara ed erano molto disorganizzati.

L’attacco israeliano fu concepito con l’argomentazione che aspettare significava arrivare troppo tardi e quindi bisognava fermare Saddam ben prima che riuscisse a fabbricare la bomba o soltanto a pensare di farlo. Tuttavia questa politica interventista che sembrava mettere al riparo Israele da un futuro invece irreparabile non considerava i possibili effetti collaterali dell’azione.

Le ricerche dimostrano che se Saddam avesse voluto utilizzare il reattore di Osirak per produrre armi nucleari avrebbe dovuto investire maggiori risorse sia materiali sia in capitale umano per arrivare a questo obiettivo. E questo non era ancora il caso alla vigilia dell’attaco israeliano. La presenza sul campo di ingegneri francesi e le regolari ispezioni dell’Aiea avrebbero dovuto rafforzare questa convinzione.

Lo studio di Reiter suggerisce che proprio in seguito all’attacco di Osirak, Saddam arrivò alla determinazione di produrre armi nucleari, il suo programma infatti passò dai 400 scienziati e 400 milioni di dollari inizialmente impiegati a uno da 7000 scienziati con 10 miliardi di investimenti. Inoltre mentre Saddam mostrava agli ispettori dell’Aiea e al mondo la distruzione del sito di Osirak, procedeva clandestinamente ampliando l’area dei siti nucleari. Un recente articolo del Washington Post usa proprio il caso di Osirak per sconsigliare un attacco preventivo all’Iran per fermare i suoi progetti nucleari ma analizzando la situazione altre questioni dovrebbero portare alla prudenza in un’azione militare.

Anche la penisola arabica sta pensando ad un proprio programma nucleare civile per far fronte al crescente fabbisogno energetico della regione. Dal 2008 con una joint venture americana e sudcoreana, gli Emirati Arabi stanno costruendo alle porte di Abu Dhabi un impianto che entro il 2020 dovrebbe avere quattro reattori funzionanti.

Per il momento si tratta di un programma pacifico sotto la supervisione degli ispettori dell’Aiea ma i paesi della regione temono un Iran nucleare quanto Israele ed hanno appena iniziato una corsa nell’acquisto di armi e sistemi missilistici di difesa senza precedenti. Non è detto che a una minaccia maggiore non possa corrispondere uno sforzo bellico maggiore che avrebbe un vero effetto domino in Medio Oriente. L’Arabia Saudita ha più volte provato a dotarsi di armi nucleari attraverso il Pakistan e fonti di intelligence occidentale segnalano una ripresa dei contatti tra i due paesi.

Per gli israeliani, senza l’aiuto militare statunitense e l’appoggio dei rivali di Teheran nel Golfo Persico, un attacco all’Iran sarebbe un azzardo sia per la complessità degli obiettivi sia per la distanza da coprire in volo senza possibilità di rifornimenti.

Sebbene il programma nucleare iraniano sia oggi in una fase più avanzata di quello di Saddam negli anni ’80 colpire l’Iran dovrebbe includere la certezza di fermare per sempre le sue ambizioni nucleari o addirittura arrivare ad un cambio di regime, ipotesi che in questo momento sembra ancora più ambiziosa. Il rischio concreto è che la minaccia di una possibile risposta nucleare iraniana, magari soltanto differita nel tempo, potrebbe spingere ad una corsa agli armamenti in tutto il Medio Oriente, in un clima di grande instabilità politica per la regione, così come recentemente dimostrato dalle cosiddette primavere arabe.

da Globalist, del 6 marzo 2012

22 marzo 2012

petrolieri contro Obama: “vuole ficcare il naso nei nostri affari”

C’è dal 2010, ma ancora deve essere applicata: è la legge Dodd-Frank, voluta da Obama, che riforma Wall Street nel nome della trasparenza e della lotta alla speculazione. Riguarda multinazionali, banche e altri soggetti economici. E ora le grandi aziende petrolifere tentano il braccio di ferro: le norme ficcherebbero il naso nei loro interessi. E questo non piace.

Il presidente Usa Barack Obama, che ha voluto la legge
Il presidente Usa Barack Obama, che ha voluto la legge

La riforma di Wall Street in America è già legge, approvata a luglio 2010, ma in pochi ne conoscono la vera portata, soprattutto perché molti speravano di non essere colpiti dalle nuove misure anti speculazione volute dall’amministrazione Obama. Il Corporate reform act, conosciuto come legge Dodd-Frank, a prima vista è piuttosto complesso, ma la sostanza riguarda l’individuazione di una serie di soggetti che devono sottostare a regole di trasparenza (quali multinazionali, banche, fondi di investimento e così via) e nuove regole che puntano a isolare i comportamenti scorretti sul mercato con relative sanzioni, come ad esempio nel mercato della finanza speculativa.

Chi controlla tutto questo? Sempre alcune agenzie federali più la Federal Reserve (la banca centrale americana) di Paul Bernanke, che Obama durante e dopo la crisi ha voluto mantenere al suo posto, ma con nuovi poteri (ossia maggiore possibilità di controllo e di acquisire informazioni), più alcuni nuovi organismi di supervisione, primo tra tutti il consiglio di controllo della stabilità finanziaria (Financial stability oversight council) posto al vertice della piramide.

La legge Dodd-Frank, tuttavia, demanda alle singole agenzie del settore di emanare le regole per essere applicata. È in questo passaggio che le cose si sono complicate e si sono trasformate in pagine e pagine di codici che molti membri del Congresso e non dicono siano impossibili da analizzare. In altri casi, invece, i diretti interessati stanno facendo pressioni con la Sec (la Security Exchange Commission, la Consob americana) perché non vengano affatto emanate. È il caso delle multinazionali del gas e del petrolio.

Sono due i capitoli della Dodd-Frank da cui le compagnie del settore energetico sperano di essere immuni: la rendicontazione dei pagamenti ai governi stranieri, paese per paese, progetto per progetto, e il mercato dei derivati.

Nel primo caso si tratta di rendere noti gli accordi e i conseguenti pagamenti che le industrie fanno ai governi dei paesi in cui svolgono le loro attività estrattive. Cerchi petrolio in Niger? Hai ottenuto nuove concessioni in Angola? Devi dirmi quanti soldi dai al suo governo e per quali progetti. In questo modo sarà più facile individuare episodi di corruzione e mazzette sottobanco.

Alcune compagnie hanno reagito alle nuove regole con malcelato fastidio: troppe inutili scartoffie da compilare. La Exxon, ad esempio, ha detto che fornire le informazioni chieste dalla nuova legge le costerebbe 50 milioni di dollari. Come fa notare l’Economist, si tratta sì di molti soldi ma che per l’azienda rappresentano solo lo 0,1% dei suoi profitti dello scorso anno.

Altri, come la Shell, hanno classicamente gridato allo scandalo, dicendo che la Dodd-Frank violerebbe la sovranità degli altri stati e le relative leggi di riservatezza. Come dire: se qualche governo del terzo mondo preferisce offrire agli investitori stranieri regole di assoluta segretezza in cambio di fruttuosi affari, chi è la Sec per impedirglielo?

Sebbene queste norme riguardino solo le multinazionali registrate in America, per esempio Shell Energy North America, la anglo-olandese Royal Dutch Shell ha poco da stare allegra perché anche la Gran Bretagna, un paese ormai noto per la propria tolleranza con le banche e i finanzieri della City, ha varato unBribery Act che prevede rigide norme anti corruzione per le multinazionali registrate nel suo territorio, che dovrebbe produrre i suoi effetti proprio quest’anno.

E in Europa è piuttosto accesa la discussione sull’opportunità di adottare o meno misure di trasparenza simili alla Dodd-Frank, come vorrebbe il ministro per lo sviluppo economico tedesco.

L’altra questione che sta innervosendo le multinazionali dell’energia è quella che riguarda le nuove regole del mercato degli Swap ossia lo scambio di crediti della finanza derivata (come i tristemente famosi credit default swap sui rischi di insolvenza o il mercato dei futures). Le compagnie del settore energetico hanno obiettato che il loro commercio in derivati ha l’unico scopo di assicurarsi contro i possibili rischi di un investimento e non dovrebbe essere trattato allo stesso modo di quello delle banche, che stanno in questo mercato solo per fare maggiori profitti. Anche in questo caso, la ratio della legge sembrerebbe quella di mettere il mercato al riparo dai rischi di una speculazione senza controllo: non ti diciamo che è illegale speculare sul debito di altri paesi o robe simili, ti diciamo che se vuoi farlo devi dirci chi sei e quanti soldi ci investi, senza eccezioni.

Tuttavia la semplificazione e la trasparenza raramente sono la strada prescelta dalle grosse multinazionali. Sempre la Dodd-Frank prevede che per accedere ad eventuali piani di salvataggio, un’impresa non debba solo rendere trasparenti i propri bilanci ma anche rientrare nella lista delle aziende considerate strategiche (Sistemically important financial institutions), ossia dimostrare di essere un’azienda con una proprietà trasparente e un assetto finanziario intelligibile, in modo da capire se sia cruciale o meno per l’economia del paese che rimanga stabile e florida e prevenire, così, possibili shock finanziari.

In questo momento le lobby sono impegnate a fare pressioni perché non si metta troppo il naso nei loro affari, dicendo che tutta questa trasparenza non farà altro che aumentare la confusione e la diffidenza (stranamente proprio quello che molti analisti ritengono essere l’attuale male del mercato). Ma gli sforzi dell’amministrazione Obama sembrano andare avanti, capitolo per capitolo della Dodd-Frank, nonostante i ritardi e il tira e molla sui singoli regolamenti.

Ogni presidente americano cerca di lasciare la propria impronta durante gli anni del suo mandato e dopo il ridimensionamento della riforma sanitaria alcuni osservatori hanno pensato che Obama avrebbe scelto la politica estera. Ma questa riforma di Wall Street se completata fino in fondo, potrebbe passare alla storia. Stando però ad un recente sondaggio del Washington Post (del 12 marzo) Obama è in calo di popolarità proprio sui temi legati all’economia: il caro benzina nei mega serbatoi delle auto statunitensi in questo momento pesa di più di ogni possibile bacchettata contro i pezzi grossi di Wall Street.

da Linkiesta, del 13 marzo 2012

20 marzo 2012

guerra ai paradisi fiscali e ai ricchi: così Obama si sposta a sinistra

Obama vuole tassare i profitti che le multinazionali americane fanno all’estero. Si tratterebbe di tassare circa 1,5 migliaia di miliardi di dollari che le aziende americane non reimpatriano per mantenerli esentasse in qualche paradiso fiscale. Non solo. La seconda parte del piano di Obama è la famosa “regola Buffet” dal nome del suo ricco promotore Warren Buffet: tassare almeno di un 30% il patrimonio di quei cittadini americani che guadagnano oltre 1 milione di dollari all’anno. Dopo il giro di vite sull’insider trading e l’evasione fiscale, sembra ancora lunga la lista con cui Obama, dopo i grandi salvataggi delle banche dei primi anni del suo mandato, sta dicendo a Wall Street di cominciare a giocare secondo le regole, le sue regole.

Obama consegna la Medaglia della libertà a Warren Buffett (Afp)
Obama consegna la Medaglia della libertà a Warren Buffett (Afp)

Il Congresso americano ridiscuterà la Corporate Tax, il presidente Obama e il suo probabile sfidante, il repubblicano Mitt Romney hanno due piani concorrenti in materia fiscale. Nella sostanza con il piano di Obama si tratterebbe di tassare i profitti che le multinazionali americane fanno all’estero. Tutto in nome della riduzione dell’enorme debito pubblico americano. Ancora una volta da oltreoceano arrivano ricette per far fronte alla crisi totalmente opposte a quelle della vecchia Europa guidata dalla Germania.

Il piano di Romney, a detta dei suoi consiglieri, punterebbe ad abbassare complessivamente le tasse del sistema fiscale americano sperando in maggiori introiti per non pesare sul deficit: abbassiamo le tasse a tutti e avremo meno evasori. A meno di nuove precisazioni, si tratta sempre della stessa politica fiscale repubblicana da Reagan in poi, basata tra le altre cose sulla curva di Laffer, così come il taglio delle tasse ai ricchi voluto da G.W. Bush. Il presidente Obama, invece sembra avere le idee più chiare.

Il progetto di legge voluto da Obama punterebbe ad abbassare il tetto della tassazione fiscale per le imprese, dal 35% al 28%, e a imporre un’aliquota minima sui profitti detenuti all’estero. Si tratterebbe di tassare circa 1,5 migliaia di miliardi di dollari che le aziende americane non reimpatriano per mantenerli esentasse in qualche paradiso fiscale. Soldi che non solo non finiscono nelle casse del Tesoro ma che le aziende non possono utilizzare nel mercato americano né per acquistare nuove imprese né per produrre investimenti e nuovi posti di lavoro. Tenere i soldi in un paradiso fiscale di fatto viola il principio della territorialità della tassazione che prevede che i profitti siano tassati laddove sono guadagnati, quindi non potrebbero essere tassati due volte. L’idea del presidente Obama di imporre comunque un’aliquota minima di tassazione sui profitti esteri farebbe sì che o lo stato americano o uno stato estero ricevano comunque il loro contributo di legge.

La questione cruciale riguarda l’aliquota da imporre, che gli analisti della Brookings giudicano al di sotto del 20% per restare in linea con gli altri paesi industrializzati, anche se le lobby potrebbero spingere al ribasso, per adottare le misure più vantaggiose prendendo ad esempio la tassazione irlandese, che è al 12,5%. Si tratta comunque di introdurre misure che impediscano alle aziende di mantenere i loro profitti laddove non potranno mai essere tassati. Una sorta di chiamata alla responsabilità che dovrebbe investire anche le grandi aziende del mercato energetico (gas e petrolio) e le cosiddette private equity ossia il mercato degli investitori istituzionali.

La seconda parte del piano di Obama è la famosa “regola Buffet” dal nome del suo ricco promotore Warren Buffet: tassare almeno di un 30% il patrimonio di quei cittadini americani che guadagnano oltre 1 milione di dollari all’anno. La presenza di Warren Buffet affianco alla first lady Michelle Obama durante il discorso sullo Stato dell’Unione non era passata inosservata.“Benvenuti negli Stati Uniti dell’invidia” così un commentatore del Financial Post, aveva bollato il discorso in cui il presidente tracciava le linee guida della sua campagna elettorale per ottenere il secondo mandato. L’accusa a Obama era quella di aver trasformato la base del sogno americano: “Gli Stati Uniti sono la terra del coraggio e delle libertà fin quando nessuno fa molti più soldi del proprio vicino”. Il commentatore se la prendeva sia con la presenza di Warren Buffet sia con l’idea di “punire” la ricchezza, espressione di una classe media invidiosa e rancorosa.

Con questa riforma fiscale, tuttavia, non si tratta soltanto di dire alla classe media “si può fare”. Il piano di Obama punta a sanare un’anomalia grossa come il famoso elefante rosa nella stanza: una tassazione nazionale che si abbasserebbe dal 35 al 28% aumentando le tasse invece per chi oggi non paga nulla tenendo i soldi all’estero. Dopo il giro di vite sull’insider trading e l’evasione fiscale, sembra ancora lunga la lista con cui Obama, dopo i grandi salvataggi delle banche dei primi anni del suo mandato, sta dicendo a Wall Street di cominciare a giocare secondo le regole, le sue regole.

da Linkiesta, del 4 marzo 2012

18 marzo 2012

la guerra del petrolio nel Sudan diviso

Il confine ufficioso tra le due metà del Paese divide anche la base dei due rami dell’oleodotto, attarversando i due vasti giacimenti del sud.

A un anno dal referendum, che ha portato alla separazione politica tra il nord del Sudan con capitale Kartoum e il sud con capitale Juba, è il petrolio il vero terreno di scontro che potrebbe riportare la guerra civile nel paese. Una situazione che potrebbe avere ricadute sull’economia internazionale spingendo al rialzo il prezzo del greggio, favorendo così Teheran nel negoziato sul suo programma nucleare.

In parte questo scenario si è già concretizzato: prima con l’annuncio da parte del governo del sud Sudan che l’esercito del nord aveva preso possesso di due giacimenti nella regione dell’alto Nilo da dove parte uno dei due rami del principale oleodotto che attraverso Kartoum porta il greggio al Mar Rosso, poi con il recente bombardamento di alcuni impianti.

Il confine ufficioso tra le due metà del Sudan taglia a metà anche la base dei due rami dell’oleodotto, attraversando i due vasti giacimenti del sud del paese che però hanno come unica via di esportazione il passaggio verso nord.

Il bombardamento sarebbe avvenuto in un’area a 75 km dal confine conteso tra i due governi, un mese dopo aver firmato in Etiopia un trattato di non aggressione. La disputa sul petrolio riguarda la ripartizione dei suoi proventi e i costi di passaggio dell’oleodotto imposti dal governo del nord e ricalca la situazione alla base del conflitto sul piano economico: la maggior parte delle risorse si trovano nel sud ma le infrastrutture, la tecnologia e la manifattura stanno nel nord, quindi quello che a nord costa 10 a sud costa 100. Il conflitto etnico e religioso tra il nord mussulmano e il sud cristiano animista è il sottofondo culturale di questo modello. La storia del Sudan è fatta di decenni di conflitti etnico religiosi, come la guerra con il Chad tra il 2005 e il 2007 e la sanguinosa guerra nella regione del Darfur definita il 9 settembre del 2004 dal segretario di Stato americano Colin Powell un vero e proprio genocidio e la peggiore crisi umanitaria del ventunesimo secolo.

All’indomani del bombardamento che secondo i reporter dell’Associated Press avvrebbe causato delle perdite di petrolio agli impianti della provincia di Pariang, il dipartimento di Stato americano è tornato a farsi sentire condannando l’episodio attraverso la sua portavoce Victoria Nuland, che ha definito “deplorevole” l’azione di Karthoum.

La decisione del sud Sudan di fermare la produzione in risposta al mancato accordo con il governo del nord, secondo gli analisti finirà per danneggiare entrambe le parti.

Il sud Sudan possiede 6 pozzi che producono un totale di 350 mila barili al giorno che sono divisi in due aree geografiche: una nella regione della città di Abey (in territorio conteso tra nord e sud), da cui parte un ramo dell’oleodotto, l’altra nell’ Alto Nilo, dov’è ancora presente un contingente di caschi blu dell’Onu.

La crisi petrolifera del Sudan si inserisce in una fase delicata del mercato internazionale già soggetto alle oscillazioni causate dalla possibile interruzione delle esportazioni verso occidente di Teheran, che punta ad ottenere una posizione di forza nel negoziato sul suo programma nucleare e utilizza lo stretto di Hormuz sia come una minaccia verso Israele sia come ipoteca sui rifornimenti di greggio. E mette sotto pressione anche gli altri paesi produttori della zona mediorientale che già stanno facendo i conti con la lenta ripresa della produzione libica post conflitto. Fin qui l’Arabia Saudita e il Qatar hanno avuto un ruolo di primo piano ma gli analisti hanno più volte ricordato che le riserve petrolifere dei sauditi vanno sottostimate almeno di un 40% rispetto alle cifre dichiarate.

Un nuovo conflitto in Sudan con il conseguente blocco totale di produzione potrebbe aggravare ulteriormente questa situazione. La Cina, uno dei maggiori importatori del greggio sudanese, ha cercato fin qui di mediare il conflitto, ma il rapimento di 29 lavoratori cinesi, lo scorso gennaio, ha messo in difficoltà il governo di Pechino. I lavoratori sono stati rilasciati ma la vicenda ha cuasato un rimpallo di accuse tra il nord e il sud al consiglio di sicurezza dell’Onu. Anche sulla questione del petrolio il governo del sud ha annunciato che sottoporrà la vicenda al consiglio di sicurezza mentre il governo del nord ha già fatto altrettanto lo scorso 1 marzo.

da Globalist, del 2 marzo 2012

6 marzo 2012

Ora Obama vuole regolamentare anche i Bisignani d’America

Una proposta di legge al Senato Usa (lo “stock act”) mira ad una piccola “rivoluzione”: si tratta dell’introduzione obbligatoria di un registro che insieme a quello dei lobbisti punterebbe a rendere trasparente chi fa affari con chi a Washington. La professione fin qui sconosciuta al grande pubblico è la “political intelligence” ossia professionisti pagati per avere informazioni direttamente da membri del congresso o delle commissioni legislative su determinate leggi in discussione o in via di approvazione. La political intelligence ha un giro d’affari annuo stimato in 100 milioni di dollari. I giornalisti, per fortuna, non rientrano in questa categoria. 

Scena di Wall Street del 1987 con Michael Douglas nei panni di Gordon Gekko
Scena di Wall Street del 1987 con Michael Douglas nei panni di Gordon Gekko

«Se cerchi informazioni dal Congresso per ricavarne denaro, i cittadini americani hanno il diritto di sapere chi sei e a chi stai vendendo queste informazioni». Questa dichiarazione pubblica di un senatore dell’Iowa all’inizio del mese scorso descrive bene tanto un lavoro di cui non si sapeva quasi nulla, fino a poco tempo fa, quanto il tenore del dibattito a Washington su un provvedimento di legge fortemente voluto dal presidente Obama e che ha appena iniziato il suo iter parlamentare: lo Stock act.

Il Senato e la Camera hanno votato su due versioni differenti del provvedimento che comunque gode di un gruppo di sostenitori trasversale. La versione del Senato, conosciuta come il progetto di legge Slaughter (sostenuto da 271 parlamentari tra cui 92 repubblicani) è passata con il minimo dei voti richiesto e contiene una clausola eliminata invece dalla versione votata alla Camera, che si è limitata a chiedere una commissione parlamentare che studi la questione. La postilla non è cosa da poco: si tratta dell’introduzione obbligatoria di un registro che insieme a quello dei lobbisti punterebbe a rendere trasparente chi fa affari con chi a Washington.

La professione fin qui sconosciuta al grande pubblico è la “political intelligence” ossia professionisti pagati per avere informazioni direttamente da membri del congresso o delle commissioni legislative su determinate leggi in discussione o in via di approvazione. Lo Stock act del senato prevede che questi signori dichiarino non solo la loro professione, come già fanno i lobbisti, ma anche chi sono i loro clienti: se io avvicino un parlamentare e sono pagato da un fondo di investimento per farlo, tra i clienti del fondo potrebbero esserci società che potrebbero usare queste informazioni a proprio vantaggio. In realtà la questione è meno complicata di quanto sembri e mira dritto al cuore di uno dei potenziali illeciti di Wall Street a cui questa amministrazione, in attesa di rinnovo, ha giurato di dare la caccia: l’insider trading.

Per spiegarla si può fare un esempio tutto italiano. Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito condannato per mafia, in un’intervista una volta ha detto che avere contatti con il mondo politico permetteva di fare molti soldi in maniera piuttosto facile grazie alle informazioni ricevute, come il cambiamento di destinazione d’uso di un terreno o l’approvazione di una legge. Uno degli esempi che faceva riguardava un suo piccolo personale investimento grazie ad un futuro provvedimento di legge di cui era venuto a conoscenza prima degli altri, ossia l’aumento del valore del gettone telefonico della Sip da 50 a 100 lire. «Io uscii e comprai trentamila lire di gettoni, in poche settimane avevo raddoppiato il capitale. Onestamente, al posto di mio padre mi sarei avventurato di meno nella politica, avrei preferito gestire quel potere più da dietro le quinte, si possono fare molti più soldi in quel modo».

Il reato di insider trading, che per la giustizia italiana significa ‘abuso di informazioni privilegiate’ Oltreoceano è finito sotto la lente di ingrandimento in ogni suo aspetto. Ci si è resi conto non solo del ruolo cruciale svolto dalle informazioni ma anche che informazioni privilegiate possono essere veicolate tanto dai dipendenti di una società quanto dai membri del congresso.

La senatrice repubblicana Louise Slaughter ha detto ad una commissione parlamentare, lo scorso dicembre, che il giro d’affari della political intelligence frutta 100 milioni di dollari all’anno negli Stati Uniti. Ora è indubbio che esistano società che hanno il compito di fare indagini di mercato su particolari compagnie. L’illecito comincia quando vendono informazioni riservate a soggetti che non dovrebbero conoscerle. E’ il confine tra pubblico e privato a essere determinante. Ed è altrettanto interessante vedere come il paese capitalista per eccellenza faccia i conti con uno dei cardini della propria filosofa di vita, tradotto in denaro contante.

Per un giornalista forse è ancora più interessante vedere come l’America faccia i conti con il valore dell’informazione. Il registro obbligatorio dei professionisti della “political intelligence” tiene fuori i giornalisti perché i giornalisti rivelano le informazioni raccolte al grande pubblico. Ecco un esempio di come non si limita una libertà per prevenirne gli abusi ma al contempo si definisce bene il campo in cui gli abusi vengono commessi e le relative pene. Se un giornalista o un’azienda si arricchiscono improvvisamente, grazie al registro dei ‘lobbisti dell’informazione’ (così potremmo definire la political intelligence) non sarebbe difficile risalire alla fonte dell’illecito. Per il momento non si sa se il registro della political intelligence verrà introdotto con lo Stock Act. Però Obama sta dicendo una volta di più a Wall Street che può continuare a fare il suo lavoro ma che sia chiaro a tutti chi fa affari con chi e a quale scopo.

da Linkiesta del 28 febbraio 2012

2 marzo 2012

“basta insider trading”, Obama schiera i giudici contro Wall Street

Nel 2011 è toccato al capo di Galleon Group, Raj Rajaratnam che ha ricevuto una sentenza di 11 anni di prigione, un record nelle condanne per insider trading se confermati dalla sentenza di appello. Poi c’è Danielle Chiesi, una trader della New Castle Funds, che si è dichiarata colpevole e sta scontando 30 mesi. Ma ce ne sono anche altri e presto arriveranno a processo Rajat Gupta di McKinsey e Anthony Chiasson di Level Global. Obama ha deciso di regolare i conti con Wall Street. E lo sta facendo attraverso la magistratura e condanne pesanti. 

Michael Douglas nel ruolo di Gordon Gekko
Michael Douglas nel ruolo di Gordon Gekko

«Informazioni riservate, scorciatoie illegali, la corruzione dei collaboratori, non sono cose che possono far parte di una strategia commerciale, e c’è un prezzo alto da pagare per quelli che non la pensano così o agiscono diversamente. Dough Whitman oggi raggiunge la numerosa lista di quelli che pensano che le regole non si applicano a loro». Queste le dichiarazioni che l’ormai famoso procuratore di New York Preet Bharara rilascia alla stampa dopo ogni nuovo arresto. L’ultimo manager in ordine di tempo a essere finito nel mirino è il californiano Dough Whitman, 54 anni, accusato di varie frodi per insider trading che avrebbero fruttato alla sua società 900 milioni di dollari di profitti illeciti. Soldi guadagnati grazie alle informazioni privilegiate su tre giganti del mercato come Marvell, Polycom e Google.

Whitman è accusato di aver manipolato la compravendita di azioni di queste società tra il 2007 e il 2009. E ci riusciva grazie a informazioni finanziarie interne raccolte sottobanco da consulenti e altri intermediari che le prendevano direttamente dai lavoratori di questi grossi gruppi.
Molti dicono che con l’accusa di insider trading Bharara stia solo cercando di tirare giù alcuni pezzi grossi di Wall Street. E in effetti la lista è lunga: nel 2011 è toccato al capo di Galleon Group, Raj Rajaratnam che ha ricevuto una sentenza di 11 anni di prigione, un record nelle condanne per insider trading se confermati dalla sentenza di appello. Poi c’è Danielle Chiesi, una trader della New Castle Funds, che si è dichiarata colpevole e sta scontando 30 mesi; ha ammesso di aver fornito informazioni illegali a Rajaratnam guadagnando in cambio 1,7 milioni di dollari per il suo fondo. James Fleishman (in attesa di andare in prigione) e Walter Shimoon (che si è dichiarato colpevole ed è in attesa di sentenza) sono rispettivamente un executive della Primary Global Research e un impiegato di un’azienda elettronica dell’indotto di Apple. E presto arriveranno a processo Rajat Gupta di McKinsey & Co. e Anthony Chiasson di Level Global.

Tempi duri per i super manager ma non solo. Il lavoro del procuratore Bharara si svolge in sinergia con la task force messa in piedi dal presidente Barack Obama per prevenire le frodi finanziarie. Ovviamente non è un caso che questo avvenga all’indomani dell’esplosione della bolla speculativa sui mutui, il presidente lo ha detto fin troppo chiaramente nel suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione, già rivolto alla sua campagna elettorale. «Sta per iniziare il secondo tempo» gli hanno fatto coro famosi testimonial nell’intermezzo della finale del Super Bowl.

E il giro di vite sui reati finanziari in America non arriva mai per caso. Le condanne seguite al crack della Enron e le leggi che ne sono seguite avevano come nemico l’opacità del mercato: far credere alla gente qualcosa che non è, la mendacità delle informazioni finanziarie pubbliche. Non era solo una quastione di trasparenza: quello che era pubblico significava poco, era poco utile a prendere le decisioni giuste, a non gettare al vento i risparmi di una vita. Poco utile a prevenire e sanzionare i comportamenti scorretti. Dopo l’11 settembre l’attenzione per la verità e diventata un imperativo urgente: non solo voglio sapere veramente quello che fai ma anche chi sei e con chi lo fai. È pericoloso spostare grossi capitali in maniera anonima perché dietro quei soldi ci potrebbe essere chiunque o peggio un terrorista. Se nel frattempo scopro che si tratta di un contribuente che non paga il suo tributo al fisco è ancora meglio. E questo dilemma non si applica solo agli strumenti finanziari più sofisticati, il dibattito investe anche le società a responsabilità limitata dove una cosa è proteggere il patrimonio personale di chi investe altra cosa e proteggere la sua identità in un paradiso fiscale mentre l’economia mondiale va a rotoli.

L’insider trading non è un tema nuovo per gli americani, basta aver visto Wall Street 1 e 2 con Michael Douglas. Però la lotta ingaggiata da questa amministrazione affronta il tema principe della moderna finanza: non è importante che tu possa costruire castelli di carta in giro per il mondo (vedi i titoli tossici) o che tu possa fare soldi speculando sul debito di altri paesi facendo correre i mercati sulle montagne russe. Il punto è che puoi farlo perché sai cose che non dovresti sapere. Che sei in combutta con altra gente per avere prima e meglio informazioni riservate e puoi usarle a tuo vantaggio.

La lotta all’insider trading può essere vista come l’ultima frontiera di un film di spionaggio ma è anche un grosso cambiamento in un mondo che fin qui si era arrovellato soltanto sul valore del segreto bancario e sulla possibilità di ciascuno di essere artefice del proprio successo.
Forse è questo il cambiamento che Obama vuole portare nel sogno americano: puoi essere chi vuoi ma devi giocare secondo le regole, solo così la middle class americana non si sentirà presa in giro per il salvataggio di Wall Street e ritornerà ad essere protagonista. Non solo vogliamo sapere chi ti ha concesso un mutuo che non ti potevi permettere, vogliamo essere certi che quando i banchieri si inventeranno un nuovo strumento per far soldi il tutto non si riduca al fatto che c’era qualcuno che parlava troppo.

da Linkiesta del 23 febbraio 2012

29 febbraio 2012

Israele accontenta gli Usa sull’Iran ma costruisce ancora nella West Bank

Mentre congela l’attacco militare contro Teheran, il governo israeliano progetta 600 nuovi alloggi in Cisgiordania. E l’America sta a guardare.

Il governo israeliano ha recentemente dato un’ approvazione di massima al progetto di 600 nuovi alloggi nel cuore della Cisgiordania. Mentre la costruzione di nuove case a Gerusalemme est nel quartire di Har Homa non si è mai fermata, quest’ultima decisione appare come una vera e propria sfida alla ripresa di un negoziato e ha già raccolto le critiche sia dell’Onu sia dell’Autorità Nazionale Palestinese. Una mossa che promette di creare tensioni al prossimo incontro a Washington con l’amministrazione statunitense, previsto a marzo, che però ha in cima alla lista la situazione iraniana e i possibili scenari nella regione.

Fin qui gli Stati Uniti sembrano aver tolto dal tavolo l’opzione militare nei confronti del programma nucleare iraniano. E la stessa situazione interna dell’Iran potrebbe presto dar loro ragione: in un paese di 74 milioni di persone il livello ufficiale di disoccupazione è al 15% e alcuni analisti politici dicono che la cifra ufficiosa sia almeno il doppio; così per il tasso di inflazione: ufficialmente al 21% andrebbe aumentato di almeno una decina secondo fonti interne.

Presto il regime potrebbe trovarsi a fare i conti con forti tensioni interne poiché l’Iran ha una consolidata classe media urbanizzata da mantenere e potrebbe quindi ricorrere ad un negoziato sul programma nucleare per neutralizzare gli effetti economici causati dall’embargo petrolifero. Al contrario, un attacco militare esterno compatterebbe la popolazione nel sostenere quelle ragioni di stato che in questo momento di difficoltà economica sembra poco disposta ad accettare.

Ma se Israele accetta di non forzare la mano sull’Iran così non appare sulla questione palestinese. I negoziati ospitati dalla Giordania sono naufragati senza approdare ad un accordo e si sono conclusi con due distinti resoconti di Israele prima, dei palestinesi poi, sull’andamento dei colloqui. Lo stesso governo giordano ha addossato a Israele la responsabilità del fallimento citando la sua “politica unilaterale”.

Sebbene il Ministero della Difesa israeliano abbia dichiarato che la decisione sui nuovi insediamenti in Cisgiordania, in particolare nella regione di Shiloh, sia solo un passo preliminare che deve compleatre un iter che prenderà anni e quindi non è ancora operativa, secondo gli attivisti israeliani di Peace Now, si tratterebbe del più grosso insediamento autorizzato da quando Netanyahu si è insediato al governo tre anni fa. L’aspetto più insidioso del provvedimento riguarderebbe una clausola che legalizzerebbe retroattivamente altri 100 alloggi costruiti senza permesso nei territori contesi.

Anche la situazione di Gerusalemme est appare sempre più delicata, oltre alla costruzione di nuove case iniziata a novembre scorso, il governo israeliano ha recentemente annunciato che investirà 130 milioni di dollari per la costruzione di nuove strade nel quartiere. Più che un miglioramento delle condizioni di vita della parte araba della città che dal 1967 non mai ha goduto degli stessi standard della parte occidentale, alcuni ci leggono un disegno di ulteriore controllo del governo sui cittadini palestinesi di Gerusalemme, che rappresentano almeno un terzo della sua popolazione ma che non hanno rappresentanza politica. E la politica del sindaco di Gerusalemme Nir Barkat è stata giudicata dai palestinesi piuttosto aggressiva.

Mentre gli Stati Uniti sembrano riuscire a condizionare le scelte israeliane nei confronti dell’Iran, da Netanyahu hanno ottenuto poco e niente sul fronte dei rapporti con i palestinesi. Eppure dopo i cambiamenti governativi innescati nella regione dalle primavere arabe appare altrettanto pericoloso ignorare deliberatamente la questione.

da Globalist del 27 febbraio 2012

27 febbraio 2012

sull’Iran Israele fa un passo indietro

Il ministro della Difesa Barak dice che Teheran non ha ancora raggiunto il punto di non ritorno nel nucleare e non rappresenta una minaccia imminente.

Le parole di Ehud Barak sulla minaccia non imminente proveniente da Teheran arrivano dopo una serie di affermazioni di segno opposto dell’attuale capo dell’intelligence militare Aviv Kochavi sia del suo predecessore Amos Yadlin che avevano dichiarato a più riprese (l’ultima lo scorso 2 febbraio) che l’Iran è ormai capace di costruire testate nucleari già da cinque anni.

Dietro questo nuovo atteggiamento del governo israeliano ci potrebbe essere l’accordo con il dipartimento di Stato americano sulla ripresa di negoziati nucleari con l’Iran.

Il presidente Barack Obama e il segretario alla difesa Leon Panetta avevano recentemente dichiarato che Israele non aveva ancora deciso per un attacco militare all’Iran e il sottotesto sembrava limitarsi a “e noi lo sconsigliamo vivamente”. L’annunciato embargo petrolifero nei confronti di Teheran aveva poi aumentato le tensioni e le minacce da parte del regime nei confronti dei paesi arabi che si erano detti pronti a sostituire con un aumento di produzione il petrolio proveniente dall’Iran.

Fare a meno del petrolio iraniano sulla carta non è una prospettiva semplice per nessuno, visto che il continente asiatico è il primo partner commerciale di Teheran e la zona euro è in piena crisi economica. La sola minaccia attraverso la tv di stato iraniana Presstv di tagliare subito le esportazioni di greggio verso l’Europa aveva portato il prezzo del barile a 102 dollari sulla piazza di New York lo scorso 15 febbraio. Mentre il prezzo del gas era sceso del 4%.

Anche Teheran, tuttavia, ha mandato segnali sulla ripresa del negoziato annunciando di essere pronta a collaborare con i cinque membri permanenti del consiglio di sicurezza dell’Onu (Russia, Inglilterra, Stati Uniti, Francia e Cina) più la Germania.

Gli analisti del settore sostengono che l’Iran sarà maggiormente disposto a negoziare con il prezzo del petrolio a 130 dollari al barile piuttosto che a 80. Quindi la questione viene analizzata giorno dopo giorno per evitare che si creino ripercussioni sul potenziale di raffinazione degli altri paesi del Golfo. La caduta del prezzo del gas in questo momento danneggia maggiormente l’Egitto che in questa difficile fase di transizione aveva annunciato di voler rinegoziare il prezzo dei suoi contratti di esportazione per riequilibrare le perdite causate dal sistema di corruzione del regime di Mubarak.

Inoltre non è un segreto per nessuno la lotta a distanza ingaggiata da Arabia Saudita e Iran. Il regime sunnita e quello sciita sono ai ferri corti su più livelli: nella delicata questione siriana, per l’egemonia regionale, e anche all’Opec. L’Iran, così come altri paesi produttori, avevano mal digerito il protagonismo sul mercato del petrolio saudita per sopperire alla produzione libica durante il conflitto che ha messo fine al regime di Gheddafi. Ma scongiurare un nuovo conflitto in Medio Oriente al prezzo di un lieve aumento del costo del barile, con la ripresa di un negoziato che troverebbe d’accordo anche Israele, sembra davvero un piccolo prezzo da pagare rispetto alle opzioni attualmente sul tavolo.

da Globalist del 17 febbraio 2012

20 febbraio 2012

l’iraq delle guerre infinite tra turismo e mattone

Non c’è solo il petrolio. Mentre Baghdad resta una città blindata, in altre zone del Paese è iniziato il business della ricostruzione: cemento, pietre, soldi.

Turismo in Iraq! Lo sviluppo edilizio ha preso piede con i fondi stanziati da un progetto del 2008 per promuovere il turismo iracheno: “Iraq’s Year of Progress and Reintegration”. Sembrerebbe un controsenso parlare di viaggi vacanze e voli charter verso un paese il cui spazio aereo è stato pesantemente limitato negli ultimi 20 anni: dalle sanzioni contro Saddam Hussein a seguito dell’invasione del Kuwait nel 1990 fino alla guerra del 2003 condotta da G.W. Bush. Eppure a seguito dell’avvio della costruzione di un nuovo aeroporto, ci sono alcune compagnie straniere che stanno costruendo più di 70 hotel di lusso nelle città di Najaf, sede del nuovo scalo, e Kerbala. Il ministro del turismo e della cultura iracheno Liwass Semeism punta sulla millenaria storia del paese e sui pellegrini di tre diverse religioni che potrebbero visitare questi luoghi.

Offerta: storia antica. Sono tanti gli investimenti messi in piedi nella zona: dal recente annuncio di una joint venture australiana per la costruzione di un albergo a 5 stelle di oltre trenta piani a Najaf all’appalto per il completamento della monorotaia di Kerbala del valore di 450 milioni di dollari. Un appalto simile da 600 milioni se l’era aggiudicato a giugno del 2010 un consorzio privato canadese, la TransGlobim International, per costruire l’intero impianto della monorotaia di Najaf. A gennaio 2011 la società francese Alstom ha firmato un memorandum col governo iracheno per la costruzione di una linea metropolitana a Baghdad. Ad oggi, intanto, la stessa società costruirà un impianto elettrico alimentato a gas per dare energia all’intero governatorato di Diyala e a parte di Baghdad, del valore di 516 milioni di dollari.

Non solo petrolio. Altri investimenti sono arrivati nella città petrolifera di Basra (Bassora) nel sud del paese. Se i turisti occidentali si tengono ancora alla larga, le stime dei visitatori degli ultimi anni sono però incoraggianti, con un milione e mezzo di persone nel solo 2011. Negli ultimi mesi l’aumento delle tensioni nei confronti del governo sciita di Al Maliki ha però lasciato vuoti gli alberghi ristrutturati di Baghdad dopo che la Lega Araba ha annullato un summit previsto nella capitale irachena. E in novembre c’è stato l’annuncio che anche la Gulf’s Cup che Bassora si era aggiudicata nel 2009 è stata spostata in Barhein.

La Svizzera kurda. Va decisamente meglio nel Kurdistan, ricca regione petrolifera a lungo contesa che adesso gode di autonomia amministrativa e sta diventando rifugio di esponenti politici sunniti in rotta con il governo di Al Maliki. Sia nella capitale Erbil che nelle città vicine si costruiscono nuovi palazzi e condomini per ospitare le molte famiglie che per motivi religiosi o di semplice sicurezza stanno lasciando Baghdad.

Benessere contro integralismo. Il caso Iraq è diventato un modello per spiegare molti scenari politici del Medio Oriente. Serve per spiegare quali potrebbero essere le poco auspicabili conseguenze dell’intervento militare in Libia, dove il crollo di un dittatore potrebbe portare alla guerra civile e a difficili situazioni di sicurezza non solo per la popolazione ma anche per gli investimenti stranieri e gli approvvigionamenti di idrocarburi. Serve a scoraggiare possibili nuovi interventi militari nella regione (vedi la Siria o l’Iran) al prezzo di sanguinose guerre interreligiose tra sunniti e sciiti che potrebbero portare ad un effetto valanga in molti paesi del golfo. E’ servito a dire che la democrazia non si può esportare con la forza e che la ricostruzione è un processo lento e difficile che non dipende solo dalla quantità di investimenti stranieri che si riesce ad attrarre ma anche dalla convivenza inter-religiosa che si riesce a realizzare.

da Globalist del 10 febbraio 2012

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